Marco Aurelio Severino
Biografia completa
Il "chirurgo crudele"
La storia del medico "filosofo" che curava gli ammalati con la medicina "del ferro e del fuoco"
Con la collaborazione di C.Passiatore che ha curato la stampa del libro e di A. Mezzogiorno che ha contribuito alla ricerca bibliografica.
Ancora nella seconda metà del secolo scorso, tra i chirurghi dell'Ospedale degli Incurabili di Napoli si evocava, con orgoglio, la figura di un grande chirurgo che, nel XVII secolo, aveva operato in quel nosocomio. La tradizione lo rappresentava esile nella persona, vistosamente claudicante, ruvido nei modi, di rara sagacità nell'arte salutare, uno degli ingegni più straordinari del suo tempo.
Questi era Marco Aurelio Severino, non solo sommo chirurgo, ma profondo conoscitore dell'Anatomia, abilissimo zootomo, acuto filosofo, sublime letterato, instancabile mente indagatrice che levò alta fama di sé in Italia e per l'Europa tutta.
Per il vigoroso spirito moderno, la tenace polemica antiscolastica, la forte rivendicazione di libertà filosofica, deve considerarsi uno dei maggiori protagonisti della rivoluzione scientifica del XVII secolo.
Recentemente, lo storico inglese della medicina Charles B. Schmitt lo ha definito uno dei più autorevoli pensatori medici del continente.
La notevole influenza che le teorie filosofiche dei suoi compatrioti Telesio e Campanella avevano avuto nella formazione del suo pensiero, lo aveva preparato a comprendere, in modo straordinario, il momento eccezionale della rivoluzione scientifica preparata con il Dialogo di Galileo e il De motu cordis di Harvey.
Del naturalismo di Telesio, Severino condivise la necessità di un nuovo metodo che procedesse da un più intimo contatto con l'esperienza della natura, e del democritismo di Campanella accettò una visione atomistica del modo e l'avversione al vitalismo- trascendente -finalistico di Aristotele.
Suo grande merito é stato quello di saper riunire, in un campo di dottrina, questi principi filosofici e di toccare un livello teorico al quale la precedente generazione degli studiosi dei fenomeni della vita non aveva saputo elevarsi.
La sua Zootomia democritaea - opera che non soltanto occupa la posizione invidiabile generalmente riconosciuta nella storia dell'Anatomia comparata - rappresenta sia il manifesto della nuova anatomia micrologica, sia la proposizione di una teoria innovatrice della vita, fondata sui costanti rapporti strutturali e funzionali degli organismi viventi.
Nel campo dell'Anatomia, Severino ne rinnovò completamente il significato: anatomè non é soltanto ana-tomè, bensì ana-atoma, ossia resolutio in indivisibilia, vel quasi reiterata sectio adusque indivisibilia. Cioè, resolutio ad minutum anziché semplice dissectio; ars dissutrix anziché ars dissetrix. Questa nuova concezione dell'Anatomia, proponendosi di scomporre gli organi nelle loro parti più minute, andava ben oltre quell'Anatomia artificiosa et subtilis che, poco dopo, con l'uso del microscopio, avrebbe avuta la piena realizzazione ad opera del Malpighi
E se l'Anatomia generale con Andrea Vesalio, Realdo Colombo, Giovanni Filippo Ingrassia, Andrea Cesalpino, Gabriele Falloppio, Fabrizio d'Acquapendente e Bartolomeo Eustachio aveva cominciato a dare preziosi chiarimenti sulle condizioni delle singole parti, con Severino la descrizione delle parti comincia ad illuminarsi sulle condizioni dei fenomeni fisiologici, traendo notevolissimo impulso dal metodo ipotetico- sperimentale dettato da Galileo e dalla ontologia campanelliana.
Con Severino - osserva il Belloni - l'Anatomia si combina con una biofisica molecolare che ispirò al suo allievo Giovanni Alfonso Borelli una visione atomistico-meccanica.
Dei fenomeni vitali e, per la prima volta nella storia della medicina, un serio tentativo di impostazione di una teoria matematica rigorosa sulla condizione molecolare della materia.
Ancora nella Zootomia, Severino tesse tutta la tela del suo vasto lavoro: una concezione innovatrice che comprende tutti gli esseri organizzati in una sola legge, ove la natura avrebbe stabilito
uniformità nella struttura intima e nella organizzazione funzionale, pur conservando differenze nelle forme e nelle apparenze. Egli parte dal principio che ogni essere organizzato debba compiere alcune funzioni senza le quali non potrebbe esistere, e che queste funzioni abbiano bisogno di organi che le eseguano, i quali più o meno debbono uniformarsi ad un tipo comune, se comune ne e la funzione.
E per ben giudicare questa organizzazione, bisogna percorrerla in tutta la scala degli esseri viventi organizzati. L'uomo - egli dice - é il più nobile di tutti i corpi creati; ma come nello studio delle scienze si deve procedere dal semplice a composto, cosi deggiono dissecarsi i vegetabili prima degli animali, e dopo questi il cadavere umano. In sostanza, un ardito approccio comparativo in un periodo in cui vi era un diffusi scetticismo sull'importanza dello studio degli organismi inferiori nel comprendere l'uomo Questa grande proposta dimostra come Severino, molto prima dei logici, abbia saputo riconoscere i grandi frutti d metodo analitico, trascendendo la speculazione teleologica che aveva dominato il sapere medico per molti secoli In tal modo, anticipava di circa due secoli il fondamentale lavoro di Theodor Schwann «Ricerche microscopiche sulla concordanza di animali e piante nella struttura e nell'accrescimento». Lavoro questo che Virchow, trascurando le concezioni del Severino, considerò una svolta del pensiero biologico. Ma chi scorre attentamente le pagine di quell'opera di portata storica e teorica che e la Zootomia Democritaea, si trova davanti ad una personalità davvero gigantesca: forse a quella tra i primi studiosi che hanno avuto un approccio comparativo alla biologia intesa come teoria della vita in generale. Tuttavia, come hanno opportunamente osservato Schmitt e Webster, la celebrità di Severino fa grande contrasto all'attuale negligenza degli storici della medicina che trascurano la sua importanza di livello internazionale, dimostrata dall'ampiezza delle sue opere e dalla sua vasta corrispondenza con innumerevoli figure di alto rilievo nella storia intellettuale della prima metà del diciassettesimo secolo. Solo qualche studioso, e tra questi il Ducceschi, é stato particolarmente interessato a consultare la raccolta dei manoscritti e dell'epistolario che comprende una settantina di volumi conservati nella Biblioteca Lancisiana in Roma, nei quali v'é compreso anche un notevole numero di consultationes, ossia lettere con le quali si chiedeva a Severino il suo parere sopra casi clinici di cui si forniva la descrizione. Questa voluminosa raccolta mostra l'importanza delle relazioni intellettuali che Severino ebbe con i più bei nomi di Anatomisti, Medici, e Naturalisti italiani e stranieri che illustrarono il XVII secolo: Bartholin, Bauhin, Campanella, Borelli, van Horne, Higmore, Kircher, Riolan, Virsung, Wesling, Wèpfer, Hougthon, Worm, Aranzio, Comelio, Dal Pozzo, Liceto, Basler, Heinrich, Ent, Remington, Volkamer e Zacchia per citare i più noti. Ma degni di rilievo, perché trascurati, mi sembrano il rapporto amichevole e la corrispondenza che il Severino ebbe con Harvey, dopo che questi aveva fatto, in compagnia di Ent, una breve visita a Napoli. Con il grande scienziato di Folkestone si stabilì un solido rapporto nato dal reciproco entusiasmo per gli studi sull'anatomia delle basse forme di vita e per l'approccio comparativo alla biologia.
Indubbiamente questo esteso epistolario dimostra come Severino fosse considerato una delle primarie forze intellettuali e scientifiche dell'epoca. Il grande Boherave considerava Severino «Professor egregius etperitissimus in Anatomicis et Medicis, et pariter summus Philosophus, et ab Ephebis Chirurgica manu operatus ... ». E trovò le sue cognizioni così superiori a quelle dei più dotti maestri dell'arte salutare, da lamentarsi perché nessuno l'avesse ancora uguagliato ai figli di Esculapio, Macaone e Podalirio: « ... de quo nonnulli dixerunt fuisse Machaonem et Podalirium».
Non deve, pertanto, stupire se, all'epoca, non vi era studioso straniero che venendo a Napoli non si desse premura di conoscerlo personalmente. E se, ritornando da Napoli si presentava in Roma al Pontefice Urbano VIII, interrogato dal Santo Padre su che cosa di buono avesse trovato in Napoli, rispondevano tutti: SEVERINO.
Marco Aurelio Severino nacque in Tarsia (Calabria) il 2 novembre 1580 da Jacopo, noto giureconsulto, e da Beatrice Orangia. In tenera età perdette il padre, e dalla madre fu mandato a studiare prima nei vicini paesini di S. Lorenzo e Roggiano e, poi, a Cosenza, fornendosi di una solida educazione di latino, greco, retorica, poesia e legge. Giunto alla maggiore età, si recò a Napoli in compagnia della nobile signora Virginia Caracciolo che lo introdusse nel Collegio dei Gesuiti, ove si applicò per tre anni allo studio della filosofia,
avendo a maestro l'aristotelico gesuita Girolamo Fasolo. Continuò, poi, la sua educazione all'Università di Napoli, studiando matematica. Ma ben presto si indirizzò agli studi di medicina, ove lo chiamava il suo naturale talento. Durante gli studi universitari, non contento delle sole dottrine peripatetiche, si mise in contatto con Tommaso Campanella che, a quell'epoca, pur detenuto nella prigione di Castel Nuovo, riusciva a tenere fecondi rapporti con giovani studiosi napoletani e con i maggiori scienziati del suo tempo: Galileo, Gassendi, Peiresec.
Si laureò a Salerno il 1° febbraio 1606 in Alma Philosophia et in Sacra Medicina. Non deve meravigliare il fatto che avendo studiato a Napoli si fosse laureato a Salerno, perché in quel periodo era consentito conseguire la laurea all'Università di Salerno dopo avere studiato in altra Università.
Tornato a Tarsia, cominciò la sua pratica medica ma, avvertita la necessità di possedere una istruzione chirurgica, ritorno a Napoli per apprenderla sotto la guida dell'eminente Giulio Jasolino.
L'impegno che profuse in quest'arte fu tale che divenne così pieno di maestria da cominciare a insegnare privatamente Anatomia e Chirurgia già dal 1610.
Quando, poi, il posto all'Università rimase vacante per l'andata in pensione di Mario de Burgos y Azzolini, partecipò e vinse il concorso per la cattedra di Anatomia e Chirurgia, ottenendo «il primo luogo» con voto unanime: «omnium calculo coaptatur». Contemporaneamente Alvaro di Toledo, Governatore del Real Ospedale degli Incurabili, gli conferì il posto di Chirurgo ordinario.
La reputazione iniziale di Severino fu costruita dal suo successo come chirurgo e come docente. Egli seppe riconoscere il difetto del secolo, ove la chirurgia era degenerata in una «ansiosa e cauta attesa della naturale fine della malattia». In Italia, dopo Gabriele Falloppia e Fabrizio d'Acquapendente, la chirurgia era decaduta ad una «Medicina Aspettativa», la quale sembrava esigere dalla sola Natura tutto ciò che questa accordava: le operazioni erano quasi detestate; non un chirurgo ardiva toccare un aneurisma con i suoi strumenti. Anche la litotomia era restata ad alcune famiglie nelle quali esse era tramandata da padre a figlio. Severino «uomo pieno di vita e ardore» non sapeva rassegnarsi all'inattività e, credendo nell'efficacia degli interventi cominciò ad operare insorgendo contro la mollezza di quei chirurghi che applicavano solamente impiastri e unguenti: «Fere ad meram artem medicamentariam contracta fuerat», come riferisce anche il grande Haller.
Severino ebbe il coraggio di elevarsi a correggerla, e con deciso intendimento volle riformare l'arte facendo uso ardito del «ferro e del fuoco» (del coltello e del cauterio). Audace innovatore, si dimostrò un chirurgo interventista propenso a sperimentare la chirurgia a scopo preventivo, ad estendere il campo di applicazione a patologie di solito affrontate con altri metodi; disposto sempre a tentare un intervento chirurgico come estremo rimedio e con metodi radicali. Inoltre, come si legge nell'Elogio di Lorenzo Crasso« ... fu il primo ad insegnare pubblicamente la chirurgia: avanti del Severino si apprendeva la chirurgia soltanto con la continuata pratica degli Ospedali e, per lo più, i chirurgi erano empirici ... ».
E se da Haller sarebbe stato salutato come «efficacis et Graecanicae Chirurgiae restitutor» e da Richerand «il principale Restauratore della chirurgia in Italia», non fu così per i suoi colleghi dell'Ospedale, malgrado i risultati vantaggiosi e la guarigione di un gran numero di infermi, fino ad allora giudicati incurabili. La sua carriera di chirurgo negli Incurabili, sebbene intensa, non fu senza difficoltà e amarezze E' verosimile che vi sia stata incompatibilità tra le idee del Severino e l'opinione corrente dei suoi colleghi sull'opportunità di una terapia ritenuta eccessiva. Da qui l'avversione dei rivali che aprirono contro di lui una acerrima ostilità. Essi rappresentarono al Governatore dell'Ospedale il metodo del Severino come inumano, poiché faceva uso di «mezzi imprudenti ed incendiari». Fu tale l'accanimento persecutorio che, alla fine, «ìl morso dei sicofanti» riuscì a farlo espellere dagli Incurabili: «a nosocomio eijcitur».
Fu proprio in queste amare circostanze che Severino, come confida in una lettera a Hougthon, ricevette l'invito da Vesling di coprire la Cattedra di Chirurgia a Padova, con un salario di mille fiorini all'anno. Dopo l'espulsione, Severino scrisse una magistrale difesa del suo metodo di cura in un'opera apologetica intitolata Il medico a rovescio e il disinganno del medicar crudo, ove sostenne, tra l'altro, che « ... il fuoco giova nei più ferini e ribelli mali». Riconosciuta, poi, la verità riuscì ad avere revocata l'espulsione. Ma i suoi denigratori rapidamente si coalizzarono e, non paghi di tanta persecuzione, usarono mezzi ancora più vili: lo tacciarono di eresia. Una denuncia anonima, recapitata il 30 maggio 1640 al Tribunale della Inquisizione, mise in atto una procedura inquisitoria causa fidei con le compromettenti accuse: - di non raccomandare agli infermi, neppure a quelli in fin di vita, di confessarsi; - di non riverire le immagini sacre; - di non andare a messa se non quando vi fosse costretto dalla insistenza di chi stava con lui. Nella denuncia venivano fatti i nomi di cinque suoi collaboratori in grado di deporre contro di lui: i pratici Bartolomeo e Sebastiano, la serva Caterina, i medici Luigi di Vito e Antonio Cece. Quest'ultimo fu il primo a testimoniare e a rilevare che il foglio anonimo era stato scritto, in base alla sua confessione, da un parroco della Chiesa del Gesù Nuovo. Il Cece, oltre a confermare gli episodi della denuncia, aggiunse: «ha un figlio con un'amica, in casa ha più quadri di medici che di santi». E sul comportamento professionale riferi': «mi ricordo che andaimo a un ferito di testa con un coltellaccio, et levatoli di testa un pezzo d'osso, et non disse che si confessasse». Otto giorni dopo, depose il pratico Sebastiano che, oltre a confermare le accuse precedenti, aggiunse un altro dettaglio: «ne mi ricordo che l'abbia inteso parlare di cose spirituali per dui anni continui che ho pratticato con detto Marco Aurelio, ne anco l'ho visto leggere libri spirituali, ma libri di poeti». Severino fu imprigionato per sospetto di eresia e al processo seguì un verdetto a stento assolutorio che, tuttavia, lo obbligava a tenere la propria casa loco carceri, oggi si direbbe agli arresti domiciliari. E quando nel 1642 era in procinto di ritornare in Ospedale, come medico aggiunto, un amico irriconoscente, Francesco Romano, che aveva preso il suo posto di chirurgo ordinario, lo fece denunciare nuovamente. Per Amabile, l'accanimento era dovuto al fatto che ì rivali erano medicastri, incapaci di comprendere le sue innovazioni o, meglio, non in grado di tenergli testa e per questo costretti ad usare la calunnia per fronteggiarne il primato.
Severino, per sottrarsi ad un nuovo arresto, fu costretto a
darsi alla fuga durante la quale, oltre ad avere la casa saccheggiata e i libri
portati via, ebbe una rovinosa caduta da cavallo che lo rese claudicante per
tutta la vita. Avvenimenti che il Tarino così racconta: «...non multo post,
iterum accusatur, fugam arripit.. ab
equo ruit.. domus illum
expilatur, et libri abducuntur».
Per intercessione di amici influenti, tra i quali Cassiano
Dal Pozzo, primo maestro di camera di Urbano VIII, venne scagionato e potè fare
ritorno a Napoli: «de exilio reducitur». Così, a scorno della turpe calunnia fu
ripristinato a tutte le cariche. Ritrovata un po' di quiete al suo travagliato
spirito, si dedicò tutto alle sue dotte lezioni all'Università, alla sua intensa
attività chirurgica e a dare sfogo alla sua instancabile mente indagatrice,
realizzando quelle opere anatomiche e chirurgiche con le quali conquistò la sua
fama e il suo primato. Le sue sapienti lezioni all'Università attirarono un
numero prodigioso di uditori. Tante conoscenze - scrive il Portal -
«abbagliavano i medici stranieri: tedeschi, olandesi, fiamminghi e inglesi che
facevano i loro studi a Padova, lasciarono questa Università per andare a
studiare in quella di Napoli, che divenne la preminente Scuola italiana del
tempo». Testimonianze dirette vengono anche da illustri suoi contemporanei. In
una lettera di Thomas Bartholin così si legge: «Praeclara nominis tuifama
excitatus curiosi ingenijs Volkomerus noster post suum e Germania reditum, quùm
ex admirandis ingenijs tui monumentis doctrinam hactenus agnorit .. »; e in un
altra di Vesling: «Fuit olim, quem a Cadibus ad Livium visendum fama accersebat.
Hodie ad intimo Germaniae recessu, Belgio, Britannis, Danis, et ad ultimo
septentrione ad Te, virorum optime, Neapolim properant.. ». E mentre in mezzo a
questi applausi proseguiva i suoi studi con febbrile costanza «tra gli incomodi
della vecchiaia e della povertà», a Napoli scoppiò quella feroce peste del 1656.
Avvertito dai suoi amici a sottrarsi da quel flagello in qualche luogo più
sicuro, volle proseguire a trattenersi nella città. Le autorità politiche
nominarono una Deputazione di sanità per il coordinamento delle operazioni di
soccorso. Severino fu a capo del Collegio dei medici addetti alla dissezione dei
cadaveri per accertare la natura del male. Fu così vivo lo zelo che pose, pur in
tante pericolose circostanze, nella cura dei suoi concittadini che «sebbene
sogliono i figli abbandonare le madri, e le madri gli stessi loro più cari
figli, egli accorreva dovunque il bisogno lo chiamasse, internandosi nelle case
le più infette, in guisacché contaminato il di lui sangue di quella lue
pestilenziale, dovette anch'egli soccombere a quel desolatore flagello, che
spopolò questa vasta metropoli co'suoi deliziosi contorni». Il 12 luglio del
1656, IV Idus Julii, si spense e, per la desolazione in cui trovavasi la città,
fu sepolto nella Chiesa di S. Biagio dei Librai sine lapide, sine titulo; senza,
cioè, iscrizione che ne indicasse il luogo. Il celebre Guglielmo Emesto
Scheffer, medico di Francoforte, non volle che rimanesse occulta la memoria di
un uomo così celebre ed all'umanità tanto benefico e, sotto la sua effigie, che
conservava tra le cose più care, volle che, a pubblica ed eterna riconoscenza,
si imprimessero i seguenti versi:Ora
quidem est ausus Marci describere Pictor Vis tamen ingenii, lingua, manusque
silent.
La prima opera anatomica, che il Severino pubblicò nel 1629, fu l'Historia anatomica, ma non v'è dubbio che l'opera con la quale realizzò il suo primato fu la Zootomia Democritaea, un trattato di Anatomia con indirizzo comparativo, ricavato da rigorose dissezioni di una vasta varietà di specie (vertebrati e invertebrati) e dell'uomo, ricca di numerose incisioni di visceri di uccelli, pesci e mammiferi, e dove il metodo analitico risalta con scrupolosità esemplare.A buona ragione, Jourdan ritiene la Zootomia «il primo trattato generale di Anatomia comparata che la scienza possiede» e Haller, da parte sua, riconosce Severino «vir acris ingenii... et potissimum animalium incisor». Sempre come anatomista, così è ricordato da Leonardo di Capua nel Parere divisato in otto ragionamenti: « ... tanto fè con maestra mano chiaramente vedere palesi agli occhi dì tutti i solennissimi falli che i Greci, gli Arabi, e i Latini lor seguaci, nel notomizzare i corpi avevano in prima commessi».Severino arricchì l'Anatomia di interessanti scoperte delle quali, come dice il Portal, si sono giovati Peyer, Graaf e Lieutaud.Nell'intestino del porco, nove lustri prima di Peyer, così descrisse i noduli linfatici: «in intestinis tenuibus, ileo quippe, parte externa, tubercula quaedam visa duriuscula seminis lentis magnitudine et figura».I due tubercoli bianchi e solidi che Graaf s'era lusingato di avere scoperto nell'uretra non gli appartengono affatto; Severino li aveva già ben descritti.
Anche del trigono vescicale, noto con l'epònimo di Lieutaud, ebbe un'idea ben chiara: «in cervice vesicae suillae observata haec: interne tunica quedam cujus substantia inter car nem et membranam anceps videtur.. item monticuli due, alter depressior, durioris uterque albae substantiae, cum valleculis alterius hinc atque hinc».
Fu il primo a descrivere i muscoli bronchiali degli uccelli acquatici; nella trachea del gatto descrisse i semianelli cartilaginei uniti posteriormente da una doppia membrana: l'una esterna muscolare, l'altra interna membranosa legata al margine superiore della cartilagine.
Descrisse il dotto epatico che «da un lato si divide in più canali collaterali che si espandono nei lobi epatici e dall'altra si collega con la vescichetta biliare». Esaminò gli organi riproduttori in molti bruti e scopei il setto pettiniforme del pene dell'asino.
Esaminò l'apparato circolatorio, la vescica natatoria dell'anguilla e della lampreda.
Aveva una estesa conoscenza dei vasi linfatici, dimostrata dal fatto che, parlando delle metastasi, dice che avvengono dallo stesso lato dove principia l'infiammazione. Anche lo studio delle
ghiandole linfatiche l'ha molto occupato: ha descritto quelle intertracheo-bronchiali: «ubi primunì finditur aspera arteria (trachea) apparent glandulae majores et parvae, albae, rubrae, cineritiae et mistae». Alla serie di studi anatomici appartengono anche le sue opere Vipera Pithia e De Respiratione Piscium. Nella Vipera Pithia chiafi con somma esattezza la struttura della vipera e l'apparecchio secemente il veleno. Intorno al morso delle vipere, all'epoca, si conosceva solo quello che Giovan Battista Odierna, in una lettera scritta al Severino, comunicava che il veleno della vipera non risiedeva nel fiele. Ma Severino, occupandosi dello stesso argomento, oltre a trattarlo da naturalista e da anatomista, svolse nella Vipera Pithia un tema filosofico di fondo, quello, cioè, della campanelliana natura buona, che soccorre le specie, anche se è indifferente alle sorti dell'individuo. Che i serpenti siano nocivi dipende dalle reazioni autoconservative di questi animali. L'opera - osserva il Magliari - per l'eleganza con la quale fu scritta, suscitò grande ammirazione, come ne scrisse anche Attanasio Circerio: «certe litarae tuae, et styli elegantia perpolitae, et omni humanitatis genere conditae... quae aeternitati consecrentur.. quantum Marco Aurelio Severino grata posteritas debeat, sat superque docebunt. Viperam tuam Pythiam e manibus non depono,semper in omnem occasionem intentus ut quanto beneficio, rara et recondita tua doctrina ...
Nell'erudita monografia De respiratione piscium, che egli chiama dissertazione antiperipatetica, impugna l'errore di Aristotele e degli autori scolastici, per i quali i pesci non respiravano aria e dimostra, seguendo la filosofia atomistica, che il pesce usa «l'aria dissolta nell'acqua». Trovò, inoltre, che l'aria nei pesci, oltre che il principio della vita, è causa del loro moto nelle acque e che se di essa mancassero, tutti cadrebbero nel fondo. Tutto ciò lo comprova con la sorprendente descrizione degli organi della respirazione e della circolazione, facendo vedere funzioni analoghe a quelle nell'uomo: «le branchie dei pesci sono analoghe ai polmoni». Questo lavoro, curato da Johann Volkamer di Norimberga, che aveva trascorso sei mesi presso Severino, dimostra le analogie tra i programmi di Harvey e Severino: ambedue ricercarono una spiegazione che potesse comprendere lo spettro più ampio della vita organica, perché si assumesse, sulla base della anatomia comparata, che ci fosse una uniformità di base nella organizzazione funzionale in tutto il regno animale. Severino, in un momento in cui il De motu cordis apriva il dibattito sulla circolazione del sangue, non senza contrasto, ne accettò quei principi che gli consentirono di affermare che tutti gli animali dotati di circolazione sanguifera avevano anche la possibilità di respirare, con organi appropriati a questa funzione. In più, la teoria sulla respirazione gli permise di dimostrare la compatibilità tra la circolazione e le opinioni sulla distinzione fisica tra sangue arterioso e venoso. Il De respiratione fu accolto con grande favore e, fra i giudizi dati a quest'opera, merita menzione quello di Liceto: «Non sine magnajucunditate, parique utilitate, legi solide doctas Severini Commentationes in particularum Timaei Platonici de Respiratione pertractantem, ... se peritissumum exíbet accademiae ... ».
Un appoggio ulteriore ad Harvey venne dalla Phoca illustratus, una descrizione che Severino fece della anatomia della foca, dedicata a dieci illustri medici con in testa Harvey e i suoi amici George Ent e Nathaliel Higmore, cui seguivano Bartholin, Conring, van Horn, Plemp, Ralphinch, Wilhelm Ernst Scheffer e Metro Castelli. Il contributo di Harvey - come giustamente osservano Schmitt e Webster - è ben riconosciuto, mentre quello di Severino è probabilmente sottovalutato: «Harveys contribution is weltrecognized, while that of Severino is probably underestimated».
OPERE DI CHIRURGIA

La fama di chirurgo è illustrata nelle sue tre maggiori opere di chirurgia: De abscessuum recondita natura, De efficaci medicina e Trimembris chirurgia.
Il De abscessuum recondita è ricordato da Esmond Long come uno dei primi testi di patologia chirurgica a contenere illustrazioni di lesioni patologiche.
La descrizione ch'egli fa degli ascessi è stata considerata la migliore di quante se ne erano viste fino ad allora e sulla quale si sono basati i testi che sono apparsi in seguito.
Il trattato è diviso in otto libri: nel primo tratta dell'ascesso critico; nel secondo parla dell'ascesso per congestione; nel terzo si sofferma sugli ascessi anormali; nel quarto fa molte osservazioni particolari sugli ascessi in generale; nel quinto parla degli ascessi propri dei bambini, ovvero del pedartrocàce; nel sesto descrive vizi di conformazione, quali le gobbe, le malformazioni degli arti e le lussazioni congenite; nel settimo si sofferma sui rossori, sui geloni etc.; nell'ottavo parla della storia di una affezione pestilenziale. In questo trattato si debbono al Severino le più sagge considerazioni sugli ascessi e sul modo di curarli. Egli ne mostra i differenti stadi, il decorso, gli esiti, la terapia più conveniente ed «il saggio precetto cerusico di aprire gli ascessi nella loro parte più declive, quando nulla vi si oppone, affinché il pus possa colare più liberamente fuori dal suo focolaio». Nell'opera è compresa anche la descrizione di vari tipi di tumefazioni, quali aneurismi voluminosi, steatomi e un'ampia descrizione delle ernie, dell'idrocele e dell'idrocefalia, accompagnate da straordinari disegni. Presenta molti steatomi di una grandezza smisurata che dimostrano fino a qual punto la pelle sia estensibile. Interessante è la classificazione dei tumori della mammella «mammarium strumae», una delle prime e migliori discussioni di malignità e benignità dei tumori di quest'organo, suddivisi in quattro tipi: glandularum, strumarum, scirrhi et cancri».« Inoltre, immagina, descrive e fa rappresentare in figure strumenti nuovi e specialmente molti cauteri di varia forma e grandezza.
Questa dottissima opera ha formato lo stupore di grandi medici stranieri. Il dotto Hofmann così la commenta: «Opus tuum de ascessibus, et commode ode ad me venit per Vesling, e lectum a me est cum stupore». Né da meno è l'ammirazione di Conring: «Eximia excellentiae vestrae erudito perspecta mihi fuit ex aureo de abscessibus tractatu, cui parem fateor alium ejus argumenti non vidit haec aetas». Notevole, poi, è il giudizio di Harvey: «Gaudeo mihi pariter, ac tibi gratulor de literatissimo opere tuo De recondita abscessuum natura... Perlegi avide cum incredibili anime jucunditate... tuum multìs novis
observationibus, medicamentisque locupletam, et exornatum disciplinam».
Il trattato De efficaci medicina, nella parte preliminare è una lucida dissertazione sul problema centrale della sua esperienza clinica: il dolore.
Tra le condizioni di esercizio della «chirurgia efficace» c'è la regola che impone di non piegarsi al dolore degli ammalati: «... credendo il volgo che i più piacevoli et guardantesi da ferro siano i (medici) migliori, et che gli altri del ferro ministri siano i peggiori; le regole dal popolo volente che quanto men si strazia la persona, tanto più si serba l'integrità et s'adempi il precetto della natura, che dell'insolenza amica, et del dolor nemica». Per Severino la chirurgia è un «male necessario» che per sua natura è portatrice di ferite e di dolore «... quae suapte natura vulnifica atque afflicatrix est». E giustifica, in chiave filosofica, l'azione della sua chirurgia «sublimandola quale azione rigenerativa della materia contaminata».
Nella prima parte dell'opera, quella della pirotecnia, espone i motivi del suo metodo, trattando lungamente dell'applicazione del fuoco al corpo umano. Egli parte da lontano, ricordando come gli Egizi si fossero serviti con grande vantaggio dell'aiuto del fuoco per combattere le malattie più ostinate. Si concede anche qualche divagazione mitologica come quando, per incoraggiare le donne a sopportare l'applicazione del ferro e del fuoco, dice che bisogna mostrare loro l'esempio delle Amazzoni che si bruciavano le mammelle da se stesse.
Secondo Severino si può variare all'infinito il modo di applicare il fuoco: si può diminuire o aumentare la sua intensità; estendere o restringere la sua azione. Intesa in tal modo, la sua applicazione procura vantaggi notevolissimi e, inoltre, l'uso del cauterio impedisce l'emorragia che sopravviene allorché ci si serve del ferro freddo per tagliare le carni. E per evitare l'inconveniente della caduta precoce dell'escara, consiglia, prima di intervenire col cauterio, di trattare la parte con allume sciolto in bianco d'uovo. Onorio Riccio, lettore di medicina nello Studio napoletano e membro con Severino dell'Accademia degli Oziosi, nella prefazione fatta al Medico a rovescio, così si esprime a proposito della chirurgia del Severino: « ... la chirurgia del Severino non solo non è la più atroce, ma è più dolce di quella ch'è dolcissima, et che quella che è reputata la più gentile è la più fiera et pestifera che si trovi per la salvezza dei mortali».
La seconda parte verte prevalentemente sul trattamento dei vasi sanguiferi: interventi per aneurismi, arteriotomie e legature. A questo proposito è d'uopo ricordare che fu il primo ad eseguire la legatura dell'arteria femorale subito al di sotto dell'arcata inguinale.
Per quanto riguarda le vene, sostiene che non vi sono affatto vene superficiali che bisogna salassare preferibilmente ad altre. Insiste nel capovolgere un pregiudizio molto diffuso di «usare ed abusare della salvatella». Dimostra, con osservazioni ripetute, che il salasso della salvatella non è preferibile a quello della basilica e della cefalica,
Seguono poi accurati capitoli sulle scarificazioni, sull'empiema, sulla paracentesi e sulle amputazioni.
Scorrendo le sue opere di chirurgia si appura che non v'è stato campo della chirurgia che egli non abbia trattato, senza trascurare financo le malattie dei denti, di cui la maggior parte dei chirurghi avevano lasciato alla cura dei ciarlatani.
Da pratico consumato nell'esercizio della sua arte, effettuò numerose operazioni per tumori, ulcere, ernie, vene varicose (che trattava anche con l'agopuntura), laringotomia, tracheotomia, idrocele, empiema, litotomia, difetti dello scheletro, ipospadia, fimosi, imeni ed ani imperforati, amputazioni, suture di nervi, di muscoli e tendini. Trattò le fistole anali come la maggior parte dei nostri migliori chirurghi moderni. E documentato il primo fortunato successo di rimozione di un tumore del cervello.
Fu il primo ad usare, come anestesia locale, il congelamento in un'epoca ove mancava «la comodità dell'anestesia».
Per assistere alle sue dissezioni anatomiche e alle singolari operazioni che eseguiva negli Incurabili venivano a Napoli, da tutta Europa, medici famosi come Bartholin, Horn, Fuiren, Warner, Bouchard e giovani medici come Volkamer, Reinald Delin ed altri.
Per De Renzi «éfuor di dubbio che l'ingegno, l'erudizione e l'intraprendente energia resero il Severino il piu' grande chirurgo dei suoi tempi».
Alla sua rara capacità di anatomista, chirurgo e filosofo della natura univa ancora le belle lettere, frequentando l'Accademia degli Oziosi ove recitava i suoi Commenti sopra le rime di Monsignor della Casa e illustrava i Poeti greci e latini. Contemporaneo ai più rari ingegni della letteratura napoletana è stato sopra a tutti distinto e onorato. I più insigni letterati ascrivevano a sommo onore il godere la sua amicizia, come afferma il dotto Paolo Zacchia: «Quanto m 'insuperbisco vedendomi onorato dal Signor Marco Aurelio Severino, persona, a giudizio del mondo, delle migliori che abbia La repubblica degli studiosi». Severino ebbe in dono dalla natura un ingegno acre, penetrante e versatile per tutte le scienze ed una prodigiosa memoria. A questi doni naturali ne accoppiò uno tutto suo, cioè «un perpetuo studio, non distratto mai da alcun divertimento, se pur tra questi non si voglia annoverare il giuoco degli scacchi, nel quale fu persino propenso a stampare un opuscolo intitolato: "La filosofia degli Scacchi "». Prima di partire da Napoli, il famoso Bartholin scrive una lode di Severino, lode che verrà premessa ad una operetta pubblicata nell'autunno del 1644: «La querela della & accorciata». Si tratta di un trattato di grammatica nel quale Severino disserta sulla opportunità di non accorciare la congiunzione et in e. Una consuetudine, di accorciare la et in e anche davanti alle consonanti, che stava provocando la scomparsa del segno & nell'italiano stampato. Severino si schiera per la salvaguardia dell'intera et, cioè del carattere &. La querela della & accorciata è dedicata a Cassiano dal Pozzo, fondatore, col Cesi, dell'Accademia dei Lincei. Il simbolo che Severino ha scelto per la querela è un serpente annodato a forma di & con il motto: «hor chi fia mai, che scioglia». Si tratta anche di un'opera autobiografica; l'accorciamento della & è un'allusione alle proprie vicende personali, sicché lo scherzo della querela è in realtà un messaggio che Severino invia a Cassiano. Si tratta di un «ammezzamento», cioè di una privazione. E questo il motivo per cui la & ricorre in giudizio (querela) chiedendo una restituzione: « ... che la sua pristina integrita' le sia restituita, & che dei suoi pieni honori sia rinvestita». Si tratta, in sostanza, di un appello a Cassiano. E la propria condizione di processato che Severino vuol rappresentare quando fa pronunciare le sue ragioni di fronte ai giudici: «& dal cui libratissimo giudicio io confido che renduto mi sia ciò che m'è stato tolto».
La stessa figura del serpente annodato a forma di & del frontespizio de La querela sarà riprodotta tra le illustrazioni della Vipera Pithia, pubblicata a Padova nel 1650.
La & vuole essere reinvestita dei pieni onori; privata di metà della propria sostanza, chiede una restituzione. Presa alla lettera, quello di cui Severino si lamenta può essere persino una spoliazione subita per effetto del processo.Il nome di Marco Aurelio Severino forse non è stato ancora sufficientamente ricordato, anche se è stato consegnato a quel serbatoio di memorie che è la toponomastica della città di Napoli.Io, unendomi al rammarico degli storici inglesi della medicina Schmitt e Webster sulla attuale negligenza degli studiosi della medicina e della scienza che trascurano la importanza di livello internazionale del Severino, spero soltanto che questo mio breve scritto possa essere di incitamento ad uno studio più completo e approfondito della Sua opera che, senza dubbio, occupa un posto di grande rilievo nella storia intellettuale della prima metà del diciassettesimo secolo.Il mio ricordo non ha altra pretesa che quella di testimoniare una profonda gratitudine ad un acuto ingegno che ha onorato immensamente la Scuola anatomica napoletana.