Gioacchino
Murat
Granduca di Clévers-Berg, Re di Napoli, Maresciallo dell'Impero
Nasce a Bastide-Fortunière nel 1767, figlio di un albergatore. Entra in
seminario che lascia nel febbraio del 1787, a seguito di un litigio con un
camerata; per tre anni è un locandiere fino al 1790 quando si arruola nei
Cacciatori a Cavallo, fa parte della Guardia Costituzionale di Luigi XVI. Allo
scioglimento del corpo (1792) si arruola e diviene rapidamente ufficiale
nell'esercito dei
Pirenei orientali. Il 13 vendemmiaio é capo squadrone dei Cacciatori a Cavallo a
Parigi, e coadiuva Bonaparte nella repressione dell'insurrezione realista. Segue
Napoleone in Italia (1796-97) ed in Egitto (1798) dove partecipa alle battaglie
di Alessandria (2 luglio 1798) e delle Piramidi (21 luglio 1798), ed alla
spedizione di Siria col grado di generale di divisione. Decide la vittoria di
Abukir (25 luglio 1799), catturando personalmente Pasha Mustapha a cui nel
fervore dell’azione taglia due dita. Ha un ruolo principale nel colpo di stato
del 18 brumaio. Sposa Carolina, sorella di Napoleone, nel febbraio del 1800.
Comandante in capo della cavalleria a Marengo, e nella seconda campagna
d'Italia. E' nominato governatore della Repubblica Cisalpina, poi di Parigi. Nel
1804 è nominato Maresciallo dell'impero, Granduca di Cléves e di Berg (1806);
comandante della riserva della cavalleria riveste un ruolo importante nelle
campagne del 1805 , prende Ulm (15–20 ottobre) ed insegue l’esercito
Austro-Russo, entra a Vienna alla testa dei sui uomini l’11 novembre. Nella
campagna del 1806 insegue i Prussiani fino a Lipsia, partecipa brillantemente
alla battaglia di Jena (14 ottobre) e il primo ad entrare a Varsavia il 28
novembre. Nella campagna del 1807, conduce personalmente la grande carica di
Eylau, che è ricordata come "la carica degli ottanta squadroni" e nell'invasione
della Spagna. Nel 1808 diviene Re di Napoli, dopo che re Giuseppe, fratello di
Napoleone, venne chiamato dall’onnipotente congiunto a cingere la corona di
Spagna. Comandante della cavalleria della Grande Armata del 1812 rifiutò il
comando dell’armata, quando frettolosamente fece ritorno a Parigi, per salvare
il suo regno, Nel 1813 prende parte alla campagna di Germania, è a Dresda,
Wachau ed a Lipsia. Nel gennaio del 1814 abbandona la causa di Napoleone, firma
un trattato con i coalizzati e marcia contro le truppe del principe Eugenio de
Beauharnais. Nel 1815 si riavvicina a Napoleone occupa Roma, Ancona, Bologna; da
Rimini lancia un proclama per l’unificazione dell’Italia, ma viene sconfitto
dagli austriaci (2 maggio 1815) a Tolentino. Accompagnato da pochi fedelissimi,
Gioacchino si allontanò dalla città partenopea, per non cadere in mano ai
soldati di Ferdinando IV di Borbone. Si rifugiò ad Ischia e da lì raggiunse la
Francia, Napoleone rifiuta di vederlo. Non si diede per vinto, anzi preparò in
poco tempo una spedizione per impossessarsi nuovamente del regno. Nell’ottobre
del 1815 partì alla volta della Corsica, e da qui si diresse verso il
Salernitano, dove sperava con l’aiuto delle masse di marciare alla volta di
Napoli. Una tempesta, però, sconvolse i suoi piani: le navi furono spinte a sud;
alcune approdarono a San Lucido, vicino Cosenza; quella che trasportava il
sovrano venne sospinta nelle vicinanze di Pizzo. Senza perdersi d’animo
Gioacchino volle ugualmente sfidare la sorte e con i pochi uomini a disposizione
sbarcò, confidando di recarsi a Monteleone, la cittadina che egli aveva elevato
a rango di capoluogo di provincia, e dove sicuramente avrebbe trovato numerosi
adepti tenta uno sbarco in Calabria. Nelle strade di Pizzo il drappello del re -
era la domenica dell’8 ottobre 1815 - venne intercettato dalla gendarmeria
borbonica al comando del capitano Trentacapilli, che arrestò l’ex re e lo fece
rinchiudere nelle carceri del locale castello. Informato della cattura dell’ex
sovrano, il gen. Vito Nunziante (quale Capo militare delle Calabrie) si
precipitò incredulo da Monteleone, dove si trovava, a Pizzo e quando si sincerò
dell’identità del prigioniero, usò nei suoi confronti tutti i riguardi dovuti ad
un uomo d’altissimo rango. Ferdinando IV, da Napoli, nominò una commissione
militare competente a giudicare Gioacchino, composta da sette giudici e
presieduta dal fedelissimo Nunziante, cui il Re aveva ordinato di applicare la
sentenza di morte. Ironia della sorte! - in base al codice penale promulgato
dallo stesso Murat che prevedeva la massima pena per chi si fosse reso autore di
atti rivoluzionari; e di concedere al condannato soltanto una mezzora di tempo
per ricevere i conforti religiosi. Nell’ascoltare la condanna capitale
Gioacchino non si scompose. Chiese di poter scrivere in francese l’ultima
lettera alla moglie e ai figli, che consegnò a Nunziante in una busta con dentro
alcune ciocche dei suoi capelli. Volle confessarsi e comunicarsi, prima di
affrontare il plotone di esecuzione che l’attendeva nel cortile del castello,
comandante del plotone incaricato della fucilazione, composto da 12 soldati e un
sergente, tale capitano Stratti, di stanza a Monteleone, da "Sentenza e morte di
Giacchino Murat", Firenze 1830 e confermato da A. Valente nel " Gioacchino Murat
e l'Italia meridionale" Torino 1965. Affrontò la morte eroicamente. Non volle
essere bendato e pregò i soldati di salvare la faccia e mirare al cuore. Erano
le 21 del 13 ottobre 1815 quando il crepitare dei moschetti pose fine, a
quarantotto anni, alla vita di un personaggio così grande e sfortunato, per il
quale vale quanto sinteticamente ebbe a dire il Conte Agar di Mosbourg: fu un
uomo che "seppe vincere, seppe regnare, seppe morire". Fu sepolto nella bella
Chiesa di San Giorgio, che cinque anni prima aveva fatto edificare, ma dentro
una fossa comune. L’atto di morte venne fatto firmare, quali testimoni, da due
facchini analfabeti, che apposero un segno di croce. Felice di essersi
sbarazzato di un così pericoloso rivale, Ferdinando di Borbone insignì Pizzo del
titolo di "fedelissima" e concesse al Nunziante il feudo e il titolo di Marchese
di San Ferdinando di Rosarno.
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