La battaglia di
Calatafimi

Lo sbarco...
Gli eventi storici La rivoluzione siciliana
del 1848 fu la prima tra quelle che, in quell'anno tempestoso, infiammarono
l'Europa e cambiarono il corso della storia. I moti siciliani furono, ancora una
volta, diretti all'affermazione dell'autonomia dell'Isola e al riconoscimento
della sua identità nazionale. La rivoluzione siciliana, tuttavia, sortì effetti
ben più vasti di quelli che gli stessi promotori avrebbero potuto immaginare, in
quanto rappresentò un momento fondamentale nel processo di unificazione
dell'Italia. Furono proprio i moti del '48 che provocarono la prima guerra di
indipendenza contro l'Austria. La traumatica conclusione della rivoluzione,
soffocata dalle truppe borboniche del generale Filangeri, comportò la fuga di
intellettuali e protagonisti di quella gloriosa avventura verso altri Stati che
garantivano un asilo sicuro, soprattutto il Piemonte. Furono intellettuali come
la Farina, Crispi, Emerico e Michele Amari, Vito d'Ondes Reggio, Rosolino Pilo,
che portarono la "questione siciliana" nel contesto della "questione italiana".
E proprio essi ebbero un ruolo principale nell'ideazione e nella
gestione dell'impresa di Giuseppe Garibaldi che, di lì a pochi mesi, avrebbe
portato alla nascita del Regno d'Italia. A conclusione della prima guerra
d'indipendenza, il 6 agosto 1849, a Milano venne stipulato il trattato di pace
fra l'Impero ed il Regno di Sardegna, con il quale venivano ripristinati i
confini tra i due Stati, precedenti la guerra. Il trattato, che prevedeva anche
la rinuncia di Vittorio Emanuele ai territori posti oltre i confini piemontesi,
concludeva in maniera avvilente l'avventura di guerra condotta da Re Carlo
Alberto sull'onda emotiva innescata dalle rivoluzioni del '48. Il bilancio di un
anno di guerra fu molto pesante, soprattutto per la frustrazione che produsse
sui patrioti italiani. Nel 1854, Camillo Benso, conte di Cavour, capì, prima di
molti
altri, che era necessario sprovincializzare la "questione italiana" per farla
divenire "questione europea", e si mosse per fornire al piccolo Regno di
Sardegna un ruolo fra le grandi potenze europee. Al congresso di Parigi,
svoltosi dopo la guerra di Crimea, alla quale aveva preso parte il Regno di
Sardegna al fianco dei Francesi e degli Inglesi contro la Russia zarista, Cavour
pose la "questione italiana". Fu un primo importante passo, anche se i risultati
non furono quelli attesi e le grandi potenze alleate del Piemonte si limitarono
a riconoscere non di più del malgoverno pontificio e borbonico. Nel 1858, a
Plombières, Cavour strinse un'alleanza segreta con Napoleone III, Imperatore di
Francia, il quale si impegnò a sostenere militarmente il Regno di Sardegna
contro l'Impero per cacciare gli austriaci dall'Italia e dare vita al Regno
dell'Alta Italia comprendente tutta la valle del Po con la Romagna e le Marche,
sottratte alla sovranità dello Stato Pontificio, con l'accordo di garantire la
persistenza dello Stato Pontificio, pur limitato ai confini del Lazio, e del
Regno delle Due Sicilie sotto la dinastia dei Borboni. Il 1859 segnò le sorti
dell'Italia: il Regno di Sardegna raccolse il grido d'aiuto che si levò da più
parti d'Italia e si preparò freneticamente alla guerra. Allarmata, l'Austria
diede un ultimatum ai Sabaudi, che venne respinto. Così invase il Piemonte, e la
Francia mantenne fede al patto stipulato a Plombières, intervenendo in favore
dell'alleato. La guerra venne condotta con largo spiegamento di mezzi e volse
subito a favore delle truppe franco-piemontesi che batterono ripetutamente le
truppe austriache in memorabili battaglie, costringendole a ripiegare sulle
fortezze del Quadrilatero. Nelle operazioni militari, ebbe un ruolo principale
il corpo dei Cacciatori delle Alpi, guidato da Giuseppe Garibaldi, che aggirò le
forze austriache occupando diverse città dell'alta Lombardia. Il 10 novembre
1859 venne firmato
a Zurigo il trattato di pace che prevedeva una
confederazione di Stati italiani ed il ritorno sui rispettivi troni dei sovrani
spodestati. Su tale trattato, però, il Piemonte non assunse alcun impegno.
Garibaldi aveva individuato nella Sicilia, scossa dai moti rivoluzionari, un
fertile terreno per la sua avventura. L'Inghilterra e la Francia, che pure
avevano garantito l'integrità dello Stato borbonico, osservarono con benevolenza
lo svolgersi degli eventi, sperando di trarne vantaggi sia sul piano politico
che su quello economico, vantaggi che, tuttavia, non sarebbero stati mai
conseguiti. Al comando di Garibaldi, il 6 maggio 1860, con il consenso e la
complicità del governo piemontese, partì da Quarto la spedizione dei Mille (che
in realtà erano 1089), su due piroscafi, alla volta di Marsala. Il viaggio
procedette senza problemi e le operazioni di sbarco, sotto palese copertura di
due navi da guerra inglesi, si svolse in maniera ordinata e senza alcun
fastidio. Il fatto che Garibaldi non incontrò alcuna resistenza armata e che i
napoletani non si aspettavano lo sbarco proprio in quel punto, dimostra
l'assoluto disordine organizzativo della sorveglianza borbonica, il cui
comando era stato affidato, senza alcun criterio di professionalità, ad
esponenti dell'aristocrazia o ad amici personali del Sovrano. A marsala non ci
fu nessuna accoglienza ufficiale, e, in principio, la popolazione reagì con una
certa freddezza: si chiuse in casa ed attese gli eventi. In seguito, comunque,
rassicurata dalla presenza ufficiale inglese, si avvicinò con naturale curiosità
ai nuovi venuti ascoltandone i discorsi carichi di motivazioni. Dopo una breve
sosta, i garibaldini cominciarono l'avanzata verso l'interno, muovendo
verso Castelvetrano, senza però ricevere particolari aiuti dalla gente. La
situazione cambiò quando una banda, al comando del Barone S.Anna, si unì ai
Mille: da quel momento le fila dell'armata si ingrossarono di volontari, i
famosi "picciotti". Il 14 maggio le truppe entrarono a Salemi dove la freddezza
che contraddistinse i primi momenti dello sbarco, si trasformò in un caloroso
abbraccio da parte delle popolazioni locali in segno di benvenuto ai liberatori.
A Salemi Garibaldi assunse la dittatura in nome dell'Italia e di Vittorio
Emanuele e nominò Segretario di Stato Francesco Crispi, il suo più fidato
consigliere politico ed anche il vero capo del Governo rivoluzionario siciliano.
Nel frattempo il generale Landi raggiunse la postazione di Calatafimi e vi
impiantò il Quartier Generale, mentre il maggiore Sforza, al comando di tremila
uomini, occupò l'altura di Pianto Romano. A Salemi, Garibaldi era in trepida
attesa e i suoi uomini, temendo un imminente attacco delle truppe borboniche,
erano stanchi. Se i napoletani avessero attaccato in quel momento, avrebbero
inferto un grave colpo alle forze di liberazione. Ma non accadde nulla e così i
Mille, ormai divenuti tremila, poterono raggiungere Calatafimi. I duemila
volontari venuti ad ingrossare le schiere garibaldine erano per lo più giovani e
male armati, e non potevano certo confrontarsi con soldati preparati quali erano
i borbonici. Avevano però un vantaggio: erano carichi di una tensione morale
che, sicuramente, non avevano i napoletani. Raggiunta Calatafimi, Garibaldi si
rese conto che l'impresa sarebbe stata ardua, se non disperata. Le forze del
generale Landi si erano asserragliate su una collina che proteggeva il paese
occupando una posizione formidabile, e un assalto da parte dei garibaldini si
sarebbe rivelato disastroso. Studiando il terreno, però, si accorse che proprio
di fronte la collina occupata dai nemici, ce n'era un'altra, ancora più alta, e
che una piccola valle separava i due rilievi. Decise quindi di posizionare le
sue truppe su quest'ultima e di lasciare la prima mossa ai borbonici. Questi
abboccarono all'esca e scesero a caricare i garibaldini che li attendevano a piè
fermo. Quando furono a pochi passi, allora, e solo allora, Garibaldi diede
l'ordine di attacco e le sue truppe risposero con un impeto tale da costringere
in poco tempo i napoletani ad indietreggiare e cercare di riguadagnare la
collina. Demoralizzati dal primo scontro, i napoletani cercarono di
asserragliarsi sulla sommità del monte, nella piana di Pianto Romano.
Galvanizzati dal successo, i garibaldini risalirono la collina e, nonostante la
resistenza nemica, riuscirono ad avere la meglio sulla superiorità numerica e
d'armi del nemico. Fu a questo punto che il generale Landi ritenne opportuno di
ordinare una ritirata che si trasformò, invece, in fuga rovinosa. Durante la
notte abbandonarono il paese e ripiegarono su Alcamo per poi proseguire per
Partinico e Palermo. La tradizione riporta la celebre frase "Qui si fa l'Italia
o si muore" che Garibaldi avrebbe detto durante lo scontro armato, costatogli la
perdita di 127 uomini. Infatti, quella che era in principio un'avventura, si
trasformò in un movimento sul quale i Siciliani poterono contare per ottenere
l'aiuto necessario affinché, alla fine, la rivoluzione trionfasse. Dalla
vittoria di Calatafimi, le rivolte locali, incoraggiate dal grande evento, si
moltiplicarono o si rianimarono. Dopo la vittoria riportata a Calatafimi,
Garibaldi era ormai padrone della situazione: il suo successo incoraggiò la
lotta antiborbonica e fugò i timori di quelle classi dirigenti che mantenevano
ancora una posizione d'attesa. L'esercito sconfitto ripiegò precipitosamente su
Palermo, ma la ritirata si trasformò in un vero calvario, subendo perdite per
mano dei garibaldini a Partinico e Borgetto e incontrando l'ostilità della
popolazione che, per evitare requisizioni, nascose il cibo. Quando Landi
raggiunse la città rassegnò immediatamente le dimissioni nelle mani del generale
Lanza che aveva sostituito il Principe di Castelcicala come Governatore di
Sicilia. Il 27 maggio, attraverso la porta di Sant'Antonio, i garibaldini
entrano a Palermo, confortati dalle barricate erette dai cittadini e dal
disorientamento dei borbonici. Proprio allora, il nemico ebbe l'infausta idea di
bombardare Palermo: dalle navi ancorate nel porto, dal forte di Castellammare e
dal Palazzo reale si rovesciò sulla città un fiume di fuoco che causò molte
vittime e distrusse case e monumenti. Questa vile azione, più che fiaccare e
piegare i cittadini, stimolò talmente i loro sforzi che riuscirono ad isolare il
nemico e il 9 giugno lo costrinsero a lasciare Palermo nelle loro mani.
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