Marco Aurelio Severino
Il chirurgo "crudele"
La storia del medico "filosofo" che curava gli ammalati con la medicina "del ferro e del fuoco" Clicca per la completa biografia del medico filosofo

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L'immagine di Marco Aurelio insigne filosofo "Tarsiano"
Marco Aurelio Severino Nacque a Tarsia, il 2 novembre 1580. La data, come molte altre notizie della sua vita, è contenuto in una sua biografia inserita in uno scritto, edito tre anni dopo la sua morte. Il padre Giacomo era un giureconsulto molto noto, ma morì quando Marco aveva pochi anni, e la madre Beatrice Oranges insieme al suo tutore, lo zio paterno Antonio, lo inviarono a sette anni presso un parente, Domenico Severino, che aveva aperto a S. Lorenzo del Vallo una scuola privata per bambini, Marco Aurelio prosegue. i suoi studi letterari e retorici prima a Roggiano poi a Cosenza. Tornato a casa e costretto dallo zio, suo tutore, a intraprendere gli studi giuridici, seguendo la tradizione paterna, ma la situazione finanziaria della famiglia doveva essere nettamente peggiorata ed il mestiere di giureconsulto non doveva affatto bastare al giovane Marco Aurelio per mantenersi in vita. Da qui il suo vero primo distacco dal luogo di nascita, allorché, maggiorenne, partì per Napoli. Qui, mentre segue gli studi di logica presso il liceo della Società di Gesù, si accosta a Tommaso Campanella, che egli definisce " principale assertore della filosofia salesiana" frequenta il matematico pitagorico Nicola Antonio Stelliola e gli esperimenti di chimica compiuti da costui assieme a Cesare Coppola. Dalla matematica, alla chimica, ed alla medicina il passo è breve e il Severino lo compie sotto la guida di Giulio Cesare Romano. Ormai ha trovato la sua strada, e decide di iscriversi ai corsi dell'università di Salerno. La data della laurea, scoperta dall'Amabile, è il 1606. Col nuovo titolo accademico tornò a Tarsia, dove esercitò per tre anni l'arte medica.Un centro cosi piccolo non è in grado di soddisfare sia le sue ambizioni professionali sia, probabilmente quelle finanziarie. Tuttavia, come scrive egli stesso, è qui in Calabria che scopre la sua passione per la chirurgia, e ritorna a Napoli nel 1609 per perfezionare la sua abilità chirurgica, e qui è accolto dal maestro Giulio lazzolino. Nello spazio di un anno di tanto progredisce nella pratica chirurgica che si mette in grado di dare pubbliche dimostrazioni delle sue capacità. Ma dovevano passare altri dieci anni di oscuro lavoro e studio perché le sue doti trovassero un riconoscimento ufficiale. In realtà il Severino, sulla scia di Leonardo e di Vesalio, personificava l'avvento di un nuovo spirito di osservazione empirica e di considerazione naturale dei fenomeni fisiologici e patologici. Come egli stesso racconta i suoi esperimenti anatomici quotidiani, lo convincono che le strutture fisiologiche simili degli animali e dell'uomo, li fanno simili sia nei costumi che nelle facoltà. L'anatomia animale apre,perciò,la porta all'anatomia umana.Sulla base di complete nozioni di anatomia e di chirurgia e dopo innumerevoli esperimenti su animali, egli iniziò la sua pratica di medicina attiva, basata sul ferro e sul fuoco. Una pratica chirurgica crudele per gli ammalati che soffrivano le oonseguenze di interventi chirurgici accompagnati da dolori atroci, in assenza di qualunque tipo di anestesia, e seguiti da pratiche di cauterizzazione delle ferite vive, in qualunque parte del corpo, col ferro rovente che se evitavano le conseguenze nefaste in quei tempi, delle infezioni, procuravano dolori ancora più atroci. Le novità sconvolgenti crudeli ma efficaci, delle pratiche chirurgiche del Severino, che rifiutava totalmente la pratica medica del tempo, basata sul metodo balsamico, e dolce, gli procurarono, secondo i documenti ritrovati dall'Amabile, la cattedra di Anatomia e Chirurgia presso l'ateneo napoletano a partire dal 1622. La cattedra fu dunque una sua conquista perché egli vinse un regolare concorso a pieni voti. Poco tempo dopo Alvaro Toletano prefetto del regio nosocomio degli Incurabili, conferisce a Severino il posto di chirurgo ordinario della sezione maschile Le due cariche e la notorietà che, gli deriva all'attività chirurgica che viene praticando lo pongono al centro dell'attenzione degli ambienti medici e chirurgici napoletani e internazionali. Arrivano giovani medici da tutta Europa, in particolare dalla Germania; la fama di una grande facoltà di medicina,quella di Padova,è oscurata. base di complete nozioni di anatomia e di chirurgia e dopo innumerevoli esperimenti su animali, egli iniziò la sua pratica di medicina attiva, basata sul ferro e sul fuoco. Una pratica chirurgica crudele per gli ammalati che soffrivano le conseguenze di interventi chirurgici accompagnati da dolori atroci, in assenza di qualunque tipo di anestesia, e seguiti da pratiche di cauterizzazione delle ferite vive, in qualunque parte del corpo, col ferro rovente che se evitavano le conseguenze nefaste in quei delle infezioni, procuravano dolori ancora più atroci. Le novità sconvolgenti crudeli ma efficaci, delle pratiche chirurgiche del Severino, che rifiutava totalmente la pratica medica del tempo, basata sul metodo balsamico e dolce, gli procurarono, secondo i documenti ritrovati dall'Amabile, la cattedra di Anatomia e Chirurgia presso l'ateneo napoletano a partire dal 1622. La cattedra fu dunque una sua conquista perché egli vinse un regolare concorso a pieni voti. poco tempo dopo Alvaro Toletano prefetto del regio nosocomio degli Incurabili, conferisce a Severino il posto di chirurgo ordinario della sezione maschile. Le due cariche e la notorietà che deriva all'attività chirurgica che viene praticando lo pongono al centro all'attenzione degli ambienti medici e chirurgici napoletani e internazionali. Arrivano giovani medici da tutta Europa, in particolare dalla Germania; la fama di una grande facoltà di medicina,quella di Padova, è oscurata.Politicamente il Severino non sembra avere problemi,poiché la sua cultura a carattere pratico dava per scontata e indiscussa la cornice teorica ortodossa e ufficiale imperante nell'ambito della monarchia spagnola. Tra la fine del 1634 e gli inizi del 1635, si verifica un episodio molto importante nella carriera del Severino. "Mentre Aurelio, degno dell'Italo Chirone, adempie il suo compito, chiede aiuti efficaci e strappa alla morte numerosissimi individui sulle soglie dell'aldilà, egli suscita invidia in una insuperabile compagnia di eccelsi malfattori, dai quali ancora oggi la medicina è afflitta. E' accusato di crudeltà da medicastri ignoranti e ignavi, e oltraggiosamente è cacciato dal Nosocomio Cosa degna di democritea risata, la sua virtù si trasforma in vizio". Diversa è la situazione emersa da una denuncia contro Marco Aurelio da parte degli stessi "medicastri" che avevano provocato il provvedimento dell'allontanamento La denuncia era rivolta all'Inquisizione Vescovile napoletana e l'accusa, fondata sul "sospetto di deviazione della fede catholìca", venne avanzata il 30 maggio 1640, "perché incontrandosi alcune volte col Santissimo non ha fatto segno di reverenza alcuna, è solito per ordinario di non vedere messa, e se qualche volta per forza ci sta, quando s'alza l'hostia mira con gli occhi torti in terra, e quando va per Napoli o sale per le case degl'infermi che medica dove suol essere qualche immagine della Madonna o Santo non la saluta né riverisce, né si sa che si confessi". Il Severino non fu citato giudiziariamente, ma catturato dagli sgherri dell'inquisizione, poiché il delitto in fede, per gli indizi raccolti, fu stimato grave. Dopo di che egli fu trattenuto lungamente in carcere, per il compiersi dei diversi atti istruttori. Alla fine di questi atti uscì dal carcere, ma fu costretto a trattenersi in casa in luogo del carcere. Il processo si concluse senza alcun clamore con una probabile lieve condanna del Severino, che dovette formulare una abiura "de levi", tanto è vero che egli continuò ad esercitare L'arte medica e ad insegnare all'università i discepoli del Severino, come il Cornelio e il Di Capua, furono gli artefici, nel 1649, della massiccia introduzione di opere di Cartesio, Gassendi e Boyle, ravvivando ancor più quella tradizione scientifica sperimentale di cui il Severino rappresenta un fondamentale anello di congiunzione. Anche le sue scelte di vita privata e familiare sembrano poste sotto il segno di un deciso anticonformismo. Non si ha alcuna notizia di un suo matrimonio e, tuttavia, ebbe un figlio illegittimo, Giacinto, che gli successe per pochi anni nella carica di chirurgo degli Incurabili, mentre una dichiarazione testimoniale del processo inquisitorio gli attribuisce anche una seconda "figlia bastarda". Ma anche in questo caso la scelta di non avere una vera e propria vita privata sembra pienamente giustificata dal gravosissimo impegno professionale assunto dal Severino. si pensi che nel nosocomio degli Incurabili nell'ottobre 1630 risultavano ricoverati 700 ammalati, in gran parte cronici, e che il numero dei sanitari a disposizione era di otto, fra ordinari, come il Severino, e pratici. Quanto al benessere materiale, non possedette mai una casa propria, anzi amava cambiare di casa abbastanza spesso, abitudine appresa a Napoli e in ciò era favorito dall'inconsistenza della mobilia presente nella sua abitazione. Proprio in occasione del processo subito dall'inquisizione vescovile,come egli stesso racconta, "la sua devastata, libri sono portati via (e questi soli erano proprietà del nostro filosofò)"; il che fa pensare che abitasse in una casa ammobiliata. Una delle testimonianze del processo inquisitorio ci informa di un'abitazione a due piani e due stanze, in quella di sotto, che dovevaservire da ambulatorio, le pareti erano decorate con "quatri di medici", mentre nella stanza di sopra, quella da letto, tiene solo un quatrello piccolo di non so ché santo". Gli ultimi anni della sua vita furono dedicati soprattutto alla cura delle edizioni di alcune sue opere molto importanti, che rafforzarono il prestigio che ormai godeva a Napoli e in Europa. Sembrò perciò una scelta naturale, quasi dovuta, quella compiuta dal Viceré conte di Castriglio di scegliere Severino quale presidente del collegio medico incaricato di esaminare la natura del "morbo corrente che già a metà maggio 1656 faceva a Napoli centinaia di vittime.Per ragioni di ordine pubblico e di opportunità economica il governo napoletano evitò a lungo di parlare di peste, e si riferì nei suoi provvedimenti al "morbo corrente. Ma il 2 giugno la consulta del collegio medico presieduta dal Severino dette la tragica conferma: peste, e contemporaneamente pubblicò una prammatica, con le indicazioni terapeutiche che apparivano più opportune alla scienza medica del tempo. Ma già alla fine di giugno la media quotidiana dei decessi arrivò a superare i duemila. Il Severino si comportò, ancona una volta, con grande coraggio. Nonostante le pressioni degli amici non volle lasciare la città, dove si arrese alla forza del male il 12 luglio 1656. Il suo cadavere fu trasportato e deposto probabilmente in una fossa comune, nella chiesa di S. Biagio dei Librai.